Xinjiang: Etnie e Sviluppo Economico sulla Nuova Via della Seta

Il nuovo capitolo della strategia di sviluppo è la “Silk Road Economic Belt” di Xi Jinping, che intende facilitare i commerci tra Asia e Europa; al suo fianco, il progetto gemello “21 Century Maritime Silk Road” garantirà una via d’acqua più vantaggiosa per i paesi ASEAN. Insieme, i due progetti fanno parte della strategia globale “One Belt, One Road”, che a livello regionale comprende anche i corridoi economici Cina-Pakistan e Bangladesh-Cina-India-Myanmar. Le infrastrutture cinesi, tariffe agevolate, e semplificazioni doganali dovrebbero agevolare il commercio tra i due continenti. 100 miliardi di dollari sono stati investiti in tre fondi infrastrutturali: 40 miliardi nel Silk Road Fund, 50 miliardi nella nuova AIIB (Asian Infrastructure Bank), 10 milioni nella New Development Bank, la banca dei BRICS.

Come afferma la Xinhua, la prima agenzia di stampa di stato, lo Xinjiang dovrebbe diventare un hub energetico e finanziario sulla nuova Via della Seta. Sussidi ed energia a basso costo stimolano la svolta verso il manifatturiero, in particolare macchinari agricoli e cotone, mentre la capitale Urumqi, in perenne costruzione, diverrà un polo finanziario alla maniera di molte città costiere. Secondo il governo, la strategia promuoverà anche l’agricoltura e includerà le minoranze etniche; bisognerà attendere i risultati al suo completamento nel 2049, glorioso anniversario di fondazione della RPC.

La geopolitica riveste ancora una volta un ruolo centrale. Con Xi Jinping, l’era del basso profilo e della non ingerenza agli esteri ha lasciato il posto alla retorica della “pacifica ascesa” promossa dai media. Di fatto, l’Asia Centrale è il terreno ideale dove attuare la nuova politica di egemonia dopo il ritiro degli USA dall’Afghanistan, per l’importanza strategica ed energetica dell’area. La nuova Via della Seta fa da contraltare all’asse USA-Giappone nel Pacifico, teatro di aspre dispute marittime. A Ovest, sempre più partner guardano a Pechino per convenienza, compresa la Turchia di Erdogan, sebbene l’opinione pubblica sia vicinissima alle istanze uighur. Infine, le mosse cinesi all’estero si saldano con il supporto ai PVS – si veda il caso dell’Africa – dei quali la Cina si fa generoso rappresentante con ingenti ritorni economici. Il tentativo di condurre un nuovo ordine economico mondiale sembra essere sullo sfondo.