Black Monday: chi Rischia Seriamente è la Malesia

Una situazione che ha riportato alla memoria dei più esperti la grave crisi asiatica del 1997, quando una serie di speculazioni finanziarie e il pesante indebitamento del settore privato (tra banche e imprese) provocarono una forte svalutazione della moneta e il ritiro improvviso dei capitali da parte degli investitori stranieri e degli istituti di credito. Economisti e analisti, però, rassicurano tutti: a differenza di quanto accaduto 17 anni fa, le economie asiatiche di oggi non stanno cercando di difendere a tutti i costi i tassi di cambio che proteggono l’indebitamento estero delle loro aziende. La situazione, quindi, sembra essere sotto controllo. Ovunque. Tranne che in Malesia.


La vulnerabilità dello stato asiatico è dovuta, senza dubbio, alla fuga degli investitori dal mercato azionario nazionale. Un dramma se si considera che i fondi stranieri equivalgono a circa 3 miliardi di dollari di azioni nazionali.

Daniel Martin, analista del Capital Economics, ha rivelato alla CNN che la debolezza monetaria non è da considerarsi grave in nessun Paese della regione, tranne che in Malesia. La nazione, infatti, ha livelli di debito troppo alti con il dollaro americano. Inoltre, è rimasta l’unico grande esportatore di petrolio in Asia. Un vantaggio, però, che oggi non è più così grande. Gli investitore sono in fuga dai mercati emergenti di tutto il mondo, perché temono che l’impatto del rallentamento della crescita della Cina possa ripercuotersi su un rialzo dei tassi statunitensi, che porterebbe in poco tempo a un aumento della forza del dollaro e al crollo dei prezzi di materie prime, come il petrolio appunto.