Brexit: una Nuova “Valuta” sulla Scena del Calcio Europeo?

E veniamo ora al lato COSTI.

Le due principali voci di costo per tutte le squadre sono il cartellino dei giocatori e gli ingaggi.

Cominciamo dagli ingaggi. Per il mercato interno, nulla cambia: i contratti sono già stati conclusi e sono espressi in sterline, per cui non ci saranno variazioni, nel bene e nel male. Il problema è che il mercato calciatori è un mercato molto permeabile, e non è locale ma globale. Un lavoratore straniero (e la Premier è piena di calciatori stranieri) negozia il proprio salario ragionando nella propria valuta: una svalutazione della sterlina significa che per accaparrarsi i calciatori le squadre inglesi dovranno sborsare più sterline.

Anche trattenere i calciatori locali, qualora dovessero cominciare a fare confronti coi salari esteri, diventerà più oneroso.

Un esempio aiuterà a chiarire meglio il problema.

Prendiamo un calciatore che gioca in Inghilterra e percepisce 300.000 GBP a settimana (Rooney ad esempio). Prima della Brexit, una squadra UE che avesse voluto pareggiare l’ingaggio avrebbe dovuto mettere in conto un esborso pari a 394.000,00 EUR a settimana; oggi solo di 353.000,00 EUR. Potrebbe quindi decidere di offrire al calciatore un contratto di 370.000,00 EUR a settimana (314.000 GBP) al giocatore, rendendo conveniente per lui trasferirsi all’estero.

Lo stesso problema si presenta coi cartellini dei giocatori. Se consideriamo la spesa di 110 mln € del Manchester United per acquisire Pogba, ciò significa che quando è stata programmata, l’esborso sarebbe stato di 83,9 mln £: oggi ne sono serviti 93,8 mln £. Probabilmente per il ricco Manchester non sarà un problema, però 10 mln di £ sono pur sempre un bel gruzzoletto da tirar fuori, specie se non preventivato. Sarà forse anche per questo che la trattativa iniziata a 120 mln di € si è poi chiusa ad un valore inferiore?

La perdita di potere d’acquisto della sterlina è un grosso danno per tutte le squadre inglesi che vogliano acquisire calciatori all’estero. Il mercato dei calciatori non ha barrire, né in entrata né in uscita, è omogeneo e molto concorrenziale: maggiore sarà la svalutazione, più grande sarà il danno.

C’è poi il problema che i pagamenti dei cartellini sono generalmente pluriennali: pensate a quali problemi di gestione può provocare una situazione in cui hai stanziato inizialmente 90 ml di £ per il mercato e ti ritrovi a pagarne più di 100 nel corso degli anni. E’ pur vero che ci sono contratti che permettono di “sterilizzare” il rischio cambio, impedendo che questo avvenga, ma, ahimè, hanno un costo, che andrà ad aggiungersi a quello della transazione. Maggiore sarà la fluttuazione della sterlina nei confronti dell’euro, maggiori saranno questi costi e più sentita sarà l’esigenza di farvi ricorso.

Perfino gli stessi calciatori potrebbero arrivare a pretendere pagamenti in €, per evitare che il loro salario subisca dei deprezzamenti relativi legati alla svalutazione della sterlina. Questa cosa, che oggi può sembrare incredibile, già succede con le squadre turche, che sono costrette a pagare gli ingaggi dei calciatori più rappresentativi in euro o dollari. Pensate alla complessità della gestione di una squadra turca: ricavi in euro e lira turca e costi di ingaggi e cartellini in euro o dollari. Immaginate ora che la lira turca, valuta in cui sono denominati i ricavi, perda il 20% nei confronti del dollaro, valuta in cui sono pagati gli stipendi: per le squadre turche significherebbe un imprevisto aumento dei costi del 20%. Una bella gatta da pelare.

La sterlina non è la lira turca, su questo siamo tutti d’accordo, e la percezione che si ha della sterlina è ben diversa di quella che si ha della lira turca; però è pur vero che la svalutazione della sterlina a seguito della Brexit è stata maggiore di quella subita dalla lira turca dopo i recenti eventi.

Se il trend in essere dovesse continuare e/o il cambio EUR/GBP non dovesse stabilizzarsi, una “nuova” valuta farebbe la sua comparsa sul panorama del calcio europeo, con tutte le complessità gestionali che abbiamo visto sopra.

Complessità di cui i manager che gestiscono le squadre inglesi sono certo avrebbero volentieri fatto a meno.

 

Stefano Moscarda