Il problema è che all’interno delle SOE si annida la corruzione, poiché in Cina la politica, l’economia e la finanza si legano indissolubilmente, creando immensi patrimoni familiari che proteggono i propri interessi a discapito di quelli dello Stato. Il sistema è stato oggetto di dibattito internazionale con la clamorosa indagine del New York Times sul patrimonio familiare del premier Wen Jiabao, ma la vendita di cariche politiche ai manager delle SOE e il clientelismo sono all’ordine del giorno.
La riforma è stata ritardata osteggiata soprattutto da chi è determinato a mantenere tale status quo: le SOE hanno beneficiato di un accesso preferenziale al credito dalle banche di stato e di un’iniqua protezione dalla competizione, il che ha reso i manager sempre più ricchi e le aziende sempre meno efficienti. Esse gestivano miliardi per i loro interessi, senza controlli e sfruttando gli stretti legami politici per ottenere vantaggi. Il loro potere finanziario permetteva loro di allocare le risorse finanziarie ai privati, ossatura dell’economia, a loro piacimento.
Certo riformare le SOE è complesso, anche perché il ridimensionamento porta con sé la perdita di posti di lavoro, che può alimentare l’instabilità sociale. Alla fine degli anni ’90 Zhu Rongji aveva avviato la privatizzazione e la liquidazione di decine di migliaia di aziende, portando alla chiusura di numerose SOE più piccole e al consolidamento delle aziende maggiori: il tutto risultò nel licenziamento di circa 6 milioni di impiegati. Nel 2012, con la conclusione del mandato di Wen Jiabao sono cresciute le pressioni per una riforma che guardasse al mercato, dato il gap di efficienza tra imprese pubbliche e private. Secondo i dati del Ministero delle Finanze, i profitti totali sono caduti del 4,5 % nel 2015, a 157 miliardi di dollari, rispetto allo scorso anno.
Nelle immagini è evidente che il peso economico del settore statale, in contrasto con un gap di produttività e redditività rispetto alle imprese private.

