Consuma, Rottama, Ricompra. La Spirale Perversa dell’Obsolescenza Pianificata: Mito da Complottisti o Realtà Indiscutibile?

La “riattivazione dei muscoli” è l’obiettivo, la ricetta per ottenerla è la seguente: “Secondo il mio progetto, i governi assegneranno un ‘tempo di vita’ alle scarpe, alle case, alle macchine, ad ogni prodotto dell’industria manifatturiera, mineraria e dell’agricoltura, nel momento in cui vengono realizzati. Questi beni saranno venduti ed usati nei termini ‘definiti’ della loro esistenza, conosciuti anche dal consumatore”. Nasce così la nuova locuzione: “obsolescenza programmata”.

La storia ha poi fatto il resto. Anzi, aveva già anticipato le intuizioni di London, perché, già nel 1924, alcuni tra i più grandi produttori di lampadine avevano creato il cartello Phoebus. Lo scopo? Produrre trasversalmente lampadine la cui durata non avrebbe dovuto superare le 1000 ore complessive. Tracciato il solco, su questa scia si è poi mossa anche la DuPont, azienda i cui ricercatori avevano inventato la prima fibra sintetica, il nylon, siamo negli anni ’30. Le calze prodotte con questo materiale duravano tanto, troppo. L’azienda non rimase a guardare e chiese ai ricercatori di indebolire la fibra. Il mercato ne prese atto, i consumatori anche. I prodromi di questo fenomeno commerciale in discesa verticale hanno radici lontane, ma sono radici robuste, mai esposte alle intemperie di un consumismo accorto. La coda di questo processo di “consumo algoritmico” si palesa ancora oggi, dinnanzi ai nostri occhi. Per i più estremisti, addirittura, gran parte della produzione è strettamente connessa all’esigenza della breve durata degli oggetti immessi sul mercato.

Cartello Phoebus (fonte Alessandro Girola.me)