How to: Come Sopravvivere al Clima Inglese in 5 Mosse

Prima di andare avanti credo sia doveroso chiarire subito una cosa: io non sono di Milano, di Torino o di qualunque altro aggregato urbano sopra il Po’.

Io sono di Bologna.

Fino ai 19 anni (ovvero quando ho scelto di studiare a Padova, che col senno di poi… chi me lo ha fatto fare) io la pioggia la guardavo da sotto I portici, asciutta.

Il primo contatto con un ombrello l'ho avuto in vacanza a Parigi, nel lontano 2004.

Che barbaro popolo è uno che non solo si dimentica di inventare il bidè ma pure i portici?! (Coincidenze? Non credo)

Non so, ma a me pare che qui ci sia una netta e diversa modalità di percepire le temperature esterne. Al primo raggio di sole (poco importa se ci sono 10 gradi effettivi) scatta di default l’opzione bermuda e sandali, grande fortuna per le case farmaceutiche, che grazie a queste condizioni atmosferiche registrano il 100% dei propri guadagni da vendita di flucloxacillina.

Piccolo aneddoto per rendere meglio l’idea di cosa io intenda per tempo di merda: il 26 aprile in ufficio tutti erano estatici a guardare fuori dalla finestra.

Essendo che l’ultima volta che si era presentata una situazione simile erano tutti intenti ad osservare l’accoppiamento di due gabbiani, ho deciso di ignorare il tutto.

E invece no. Nevicava (nel caso vi fosse sfuggito lo ripeto, 26 aprile).

Gufo

Arianna Gentilini

Classe 1994. Bolognese di origine ma Inglese di adozione, dopo aver studiato International Economics presso Università degli Studi di Padova si trasferisce a Londra, dove attualmente è stagista presso l’Ufficio economico e commerciale dell’Ambasciata d’Italia, in attesa di iniziare il master in Social Policy alla LSE. Appassionata di letteratura Russa e politica internazionale, nel 2010 si avvicina al mondo del cheerleading e dal 2014 ricopre il ruolo di coach federale presso la società sportiva Jade Dragon Cheerleaders. Oggi collabora con Smartweek.

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