4. Il supermanager
Lui è fantastico. Seriamente. All’inizio pensi faccia apposta. Perlomeno lo speri. Poi capisci che no. Il supermanager non è necessariamente super né tantomeno manager. È uno di quelli che in università aveva la media del 30.8 e che nonostante non abbia ancora lavorato un giorno della sua vita è convinto di saper già fare tutto. Il bocconiano tipo, insomma. O forse anche sorprendentemente peggio. Anziché accettare di farsi spiegare le cose rimanendo passivo almeno tutto il primo mese per evitare di fare danni potenzialmente irreversibili con un clic del mouse, si lancia. Apre file, modifica modelli, riclassifica bilanci, riorganizza portafogli secondo criteri totalmente soggettivi e senza che nessuno l’abbia richiesto, giustificando il tutto con quel capitolo di quel libro che aveva studiato per quell’esame in cui ha preso quel 30 e lode e per il quale è sicurissimo che certe cose debbano essere fatte così. Capendo a suon di insulti che tra il voto e il veto c’è di mezzo almeno un anno di stage, cerca di rimediare ostentando un’improbabile conoscenza dell’inglese assolutamente illogica e decontestualizzata. Forse è stato posseduto da un’alternanza di Tiziano Ferro e Luca Giurato, forse quando guardava i film in lingua ha avuto problemi con i sottotitoli, fatto sta che inizia a produrre frasi tipo “alla fine è chiaro che lo scenario as is sia better off di quello to be, mi sentirei comfortable sapendo che siamo aware di rischi e mitigants, c’è questo downside che però si può overcome valutando il caso standalone, anche perché by the way se non si matchano le deadline e il covenant va in breach è molto tricky per noi pitchare un amount che alla fine è un outlier rispetto all’intero pot di deal”.

Che poi cazzo rido, che nel migliore dei casi divento Tina Cipollari.
