La quota del consumo di metalli di Pechino è salita dal 13% nel 2000 al 47% nel 2014. Tale boom si spiega anche con il fenomeno dello shadow banking, che ha contribuito ulteriormente a deprimere il prezzo di queste materie prime: le importazioni erano dovute al fatto che alcuni materiali venivano trattati come strumento per ovviare alla difficoltà delle imprese di accaparrarsi liquidità, quindi stoccate e utilizzate per chiedere prestiti sul mercato locale attraverso circuiti finanziari esterni al sistema bancario. Inizialmente era il rame la commodity più utilizzata in questo modo, oggi è il ferro. A gennaio la Cina ha importato 86,8 milioni di tonnellate di minerali di ferro, un record storico. Ciò appare in contrasto con il rallentamento della produzione di acciaio, infatti ha un’altra spiegazione: Mysteel Reasearch ritiene che almeno il 40% del ferro importato sia stato usato come garanzia per contrarre prestiti.
Il fatto che la Cina rappresenti il 13% del PIL globale a parità di potere d’acquisto e che consumi una tale mole di risorse fa della debolezza della domanda una grande preoccupazione per l’economia globale. Se i prezzi bassi sono apprezzati dai consumatori e dai Paesi che importano materie prime, come l’India, sono meno contenti i grandi esportatori di commodities verso la Cina – Canada, Australia, Brasile, Sud Africa. In difficoltà in particolare il settore minerario, come mostrato dal declino del 28% del Bloomberg World Mining Index quest'anno.
A giugno Bhp Billiton, il colosso minerario australiano, ha mostrato i peggiori risultati dal 2004, con una perdita dell’86% del profitto su anno. Il Sud Africa ha subito per ultimo il contraccolpo della caduta dei prezzi, con una contrazione dell’1,3% nel secondo trimestre; la produzione del settore minerario (carbone e minerale di ferro) è scesa del 6,8%. Anche Zambia, Angola and Nigeria sono state colpite dalla caduta di petrolio e metalli preziosi. Il Brasile è un’altra vittima, con una contrazione del 2% attesa per quest’anno. In Russia il ministro degli esteri, Alexei Ulyukayev, ha dichiarato che il Paese – il maggiore esportatore mondiale di energia – si contrarrà del 3,3 %. La combinazione di rallentamento cinese, prezzi bassi delle commodities e dell’energia, aumento del dollaro sulla scia delle aspettative di un aumento dei tassi (il che significa un aumento del costo del servizio del debito) è a dir poco disastrosa per le economie emergenti di Asia, Africa e Sud America. Ecco perché le valute di molti PVS stanno precipitando, dal momento che numerosi capitali sono fuggiti in America alla vigilia della decisione della Federal Reserve sui tassi di interesse. Infine, si segnala un’inchiesta di Reuters/INSEAD che rivela una caduta record nella fiducia delle maggiori aziende asiatiche, a causa dei potenziali rischi provenienti dalla Cina sulla crescita globale.
Anche l’Europa registra un lieve effetto, con il Composite Flash PMI dell’Eurozona a 53,9, contro le previsioni di un ribasso a 54,1. Con la domanda asiatica più lenta sono cresciute meno le imprese private, con meno assunzioni e una riduzione della produzione. Secondo alcuni analisti, il rischio è un impatto negativo sulla fiducia delle imprese europee, che peserebbe su investimenti e assunzioni.
Le vicende cinesi sono tra le principali ragioni che stanno alla base della decisione della Federal Reserve di rimandare ancora l’aumento dei tassi di interesse a lungo discusso, come spiega un articolo del Financial Times. Nel comunicato della Fed si legge chiaramente: “I recenti sviluppi globali economici e finanziari potrebbero in qualche modo frenare l’attività economica, e probabilmente creeranno ulteriore pressione al ribasso sull’inflazione nel breve termine”. Il futuro delle riforme economiche cinesi determina un clima di incertezza che influisce negativamente sui mercati.
A ciò concorre la volatilità causata dalla leggera svalutazione dello yuan, che ha avuto l’effetto di esportare la deflazione cinese. Gli Stati Uniti, un Paese dove gli investimenti sono stati trainati da prezzi alti del petrolio, subiscono un impatto negativo. Le previsioni dell’inflazione derivate dal mercato dei bond suggeriscono che l’inflazione americana viaggerà a meno dell’1,6 % nel prossimo decennio, al di sotto del target del 2% fissato dalla Fed.
Malgrado il clima di volatilità e incertezza, è indubbio che la Cina continuerà ad essere, per le dimensioni della sua economia, il maggior importatore mondiale di materie prime. Gli occhi del mondo sono puntati sulla transizione ad un modello economico consumption-driven, che porterebbe sì ad un nuovo aumento della domanda, ma anche ad una svolta a favore delle soft commodities, con grossi cambiamenti per l’ordine economico mondiale; due partite importanti sono e saranno l’approvvigionamento di cibo ed energia. A questo proposito, la Cina ha aumentato nel 2015 le sue riserve di greggio, con mezzo milione di barili di surplus, e secondo l’IEA (International Energy Agency) il target sarebbe di 500 milioni di barili entro il 2020.
Dunque, mentre il prezzo del petrolio cala di fronte ai dati sull’economia cinese, proprio la Cina contribuisce a sostenere le quotazioni almeno per questa commodity.
