Il Problema Delle Relazioni A Distanza Non È la Distanza. È la Relazione.

Impazzire è inutile: ancor meno di quando condividete la stessa nazione, controllare le altrui mosse è impossibile. Allo stesso modo è nocivo lamentarsi delle scarse chiamate su Skype, delle poche foto con occhi a cuore ricevute, della buonanotte data col fuso orario sbagliato, della quantità di messaggi notevolmente inferiore al numero di accessi giornaliero.

Così non si fa altro che esasperare il dipartito, facendogli venire voglia non solo di confidarsi con la prima migrante lituana di passaggio ma anche di rimandare la prenotazione del biglietto di ritorno passando da studente in scambio a latitante. Molto più utile è riflettere. Sulle sensazioni che la lontananza sta provocando fuori e dentro di sé. Da un lato l’attanagliante astinenza che arriva a tradursi negli episodi di psicosi e volubilità umorale più disparati, dall’altro il tentativo di capire con che tipo di relazione si ha a che fare.

Domenico Modugno diceva che “la lontananza è come il vento, spegne i fuochi piccoli ma accende quelli grandi”. Odio i boy scout quindi non so se come fenomeno fisico-naturalistico sia attendibile ma di certo lo è come fenomeno psicologico. La distanza è una terapia d’urto, una prova del nove, un aut-aut inconsciamente imposto dal destino al destino. Di chi parte e di chi resta. Chi parte fa più fatica: è investito da una serie di rocamboleschi eventi, deve sistemarsi nella nuova casa, conoscere i nuovi coinquilini, fare la spesa con ingredienti misteriosi tipo il formaggio blu e le uova bianche, capire dov’è il campus/posto di lavoro, quanto costa l’abbonamento alla metro, dove siano il tabaccaio e la palestra più vicini.

Deve obbligatoriamente accettare di partecipare a tutte quelle iniziative di team building che spaziano dal brunch di classe al karaoke aziendale ed è molto difficile che prima di un paio di settimane trovi il tempo di comunicare tutto ciò al parentado domestico. Solo quando si sarà stanziato tipo pecora in transumanza potrà capire se l’immancabile nostalgia che lo inizia ad abitare è dovuta a chi ha salutato in aeroporto o soltanto al crudo di Parma. Potrà constatare quale effetto gli provochino le attenzioni di donne diverse dalla propria e valutare se l’astinenza percepita sia diffusa e generica oppure mirata a chi in quel momento non si può avere.

Chi parte si indaga. Ma anche chi resta può farsi due domande. Non è necessario avvertire la disperazione per il vuoto cosmico e la mancanza di senso della propria vita ora che Romeo non ci fa più ciao da sotto il davanzale. La propria vita continua ad avere tutto il senso che ha sempre avuto. E anche il davanzale. Certo è che se ci si accorge di stare notevolmente meglio, se la sensazione è quella di tornare a respirare dopo un quarto d’ora nello spogliatoio del Real Vidigulfo, se alla chiamata transnazionale si preferisce l’appuntamento dall’estetista per farsi disegnare i fiocchi di neve sulle unghie e se si avverte la cavità uterina stapparsi tipo vino Ronco, magari la partenza è meglio che sia definitiva. Anche quando lui sarà tornato.