La Lunga Notte di Parigi e il Brusco Risveglio d’Europa

Le differenze coi pur macabri precedenti in terra europea risiedono nelle procedure, questa volta particolari, forse anche più grottesche proprio per questo. Sei zone della stessa città, Parigi. In una di queste si sta giocando una partita, un’amichevole tra la nazionale francese e quella tedesca. C’è anche il presidente della Repubblica Hollande in tribuna. Ma la festa dura poco, al 16’ minuto uno scoppio, volti impietriti, la palla che si ferma. E poi la fuga, chi resta nello stadio invadendo il campo, chi tenta la fuga. Ci sono già dei cadaveri a terra ma quello che ancora non si sa, è che in altri punto della città la carneficina prosegue. Un caffè, affollato di venerdì sera, gli spari, i cadaveri coperti con lenzuoli bianchi che intralciano la fuga di quanti cercano riparo nelle strade laterali. E poi un ristorante, stessa dinamica. Un teatro, il Bataclan, gremito di ragazzi in attesa di una nota band internazionale. E tre uomini coperti di nero che al grido di “Allah Akbar” caricano i kalashnikov e aprono il fuoco. Un po’ colpendo all’impazzata, un po’ catturando ostaggi che in molti casi verranno finiti nei minuti successivi, uno dopo l’altro. Saranno in totale una decina gli autori materiali degli attacchi, ma tra logistica e preparazione, ovviamente, il numero è destinato a salire. Così come quello dei morti. Parlare di “terrore” probabilmente non rende l’idea di quello che Parigi e chi la abita hanno vissuto ieri sera.

Se cercare degli elementi utili per ricostruire l’accaduto è ancora adesso arduo, si tratta, ugualmente, di un’attività necessaria. Sgomberare il campo dalla confusione, certo inevitabile in queste ore, è da considerarsi prioritario, da parte di tutti. Gli attentati sono stati pianificati da lungo tempo, certamente mesi. E’ incerta l’origine degli attentatori ma, come nel precedente del colpo alla redazione di Charlie Hebdo, è probabile che si tratti di cittadini francesi, probabilmente con una militanza pregressa nelle file del califfato e poi tornati in patria. E’ quasi scontata la formazione militare degli attentatori. Lo suggeriscono le modalità: cinture esplosive, bombe, gli Ak-47 usati con freddezza e precisione, la velocità di esecuzione. Elementi tipici di un’organizzazione costituitasi col fenomeno della guerra, del conflitto per la liberazione dall’invasore, in testa. Ma invasori, le 128 vittime di ieri, non lo erano. Sono state il simbolo di una vendetta, riuscita perché inflitta al cuore, nel calore della propria quotidianità, in un preciso momento della storia politica e sociale del continente. Quello delle grandi trasformazioni, delle unità nazionali che si interrogano sul proprio futuro sotto il simbolo comune dell’Unione Europea, del proprio ruolo in svolgimento in Medio Oriente all’interno di un quadro geopolitico quantomai critico e complesso.