I dati rivelano, inoltre, l'assenza di alcuna differenza significativa tra gli studenti del primo e del terzo anno, suggerendo come le pratiche di procrastinazione siano un "vizio" che gli accompagnerà per tutto il loro percorso formativo, se non viene affrontato per tempo. I due ricercatori, in questo senso, si dicono convinti che un precoce riconoscimento dei "procrastinatori" e l'avvertimento circa i pericoli insiti ad una consegna tardiva di un lavoro, potrebbero aiutare gli studenti a raggiungere dei voti più alti. "La nostra ricerca dimostra che ritardare la presentazione a causa di cattive abitudini di studio ha un effetto grave e dannoso per le prestazioni", ha riferito il Dr. Arnott. "Se questa tendenza fosse eradicata nel primo anno del percorso accademico di uno studente, potremmo aiutarne i voti in uscita dai corsi di laurea e l’entrata nel mondo del lavoro"
Una questione che Dacko e Arnott rimandano direttamente al modello istruttivo delle università. "Se vogliamo modificare le nostre pratiche educative, allora identificare quali studenti potrebbe beneficiare di un intervento diventa cruciale", ha specificato Dacko. "Il bisogno di migliorare le capacità degli studenti di organizzarsi, auto-regolarsi nell'apprendimento, e, conseguentemente, di credere in se stessi, è evidente". In questo senso, i due credono di aver trovato un nuovo metodo non intrusivo ed immediato per affrontare il problema. "Abbiamo ora identificato e validato - prosegue il Dr. Arnott - un utile strumento per individuare i procrastinatori. Il metodo da noi suggerito può essere utilizzato in tempo reale. Ossia possiamo osservare la prima valutazione di un candidato ed utilizzarla per identificare gli studenti più propensi a temporeggiare per offrirgli una formazione mirata."
