Quella Volta in cui Mio Nonno Mi Ha Parlato di Sesso (e Non Solo)

E qui iniziano i dettagli piccanti: prima del matrimonio, continua mio nonno, andavano “al prato”. Che con un po’ di fatica ho capito essere la versione vintage della camporella. Uno scenario dal romanticismo impareggiabile, dato che “il prato” si trovava nei pressi dell’odierno padiglione Forlanini, divisione di pneumologia del policlinico San Matteo di Pavia. Ovviamente non è la camporella che intendiamo oggi: si appoggiavano le biciclette e al massimo ci si scambiava qualche tenera effusione. Peccato che un giorno mio nonno abbia inavvertitamente pestato un piede a mia nonna, la quale giustamente se ne esce con un acuto urlo “ahia, mi fai male!”, urlo che viene frainteso da un malizioso vecchietto che si sporge dalla finestra dando degli scostumati senza vergogna a entrambi. Poi finalmente ci si sposa, primi e unici amori l’uno della vita dell’altra. E niente mio nonno racconta di come lei fosse un po’ freddina. E che insomma lui doveva un po’ sudarsela. E che lei ecco non lo cercava manco sotto richiesta notarile. "Bè nonna, eri un po' una figa di legno" le dico. Lei ride. Però poi lui racconta anche che quando mi portavano al mare e io nel primo pomeriggio uscivo per andare in spiaggia dai miei amici bè ecco loro festeggiavano il mio andare in spiaggia dagli amici. Circa tre volte a settimana. Nulla di strano se non che con loro al mare sono andata fino ai 18 anni, il che significa 75 lei e 79 lui.

Momento disagio per mia madre che “cazzo, più di me..” e per me che “ecco da chi ho preso”. Ed ecco che circa cinque anni dopo lui, 85 anni, è lì, al pranzo di natale, che si lamenta di come certi ritmi non si stiano più mantenendo. Con sorriso imbarazzato di lei che un po’ nega e un po’ no. E sentenza insindacabile di lui che mi guarda dicendo: “bisognerebbe provare, prima di sposarsi”. E in quel “provare” c’è dentro tutto. Bellissimo. E pensare che fino a non molto tempo prima mio nonno era quello che “mi raccomando, preserva la tua virtù” e io che non riuscivo a dirgli che era troppo tardi e che quella che prendevo tutti i giorni alle 15 non era l’integratore per il ferro ma la pillola. Che poi secondo me l’aveva capito benissimo ma ha sempre fatto finta di niente, limitandosi a chiedermi se il ragazzo di turno fosse un bravo ragazzo perché “sei bella, intelligente e anche matura e ti meriti il meglio”. Probabilmente sapeva anche che al mio fianco non ho sempre avuto il meglio, ma mi vedeva più o meno felice e faceva finta di niente. Probabilmente per farmi sentire bene. Sembra essere stato questo lo scopo di tutta la sua vita, da quando sono nata. Letteralmente. Innanzitutto mio nonno è stato l’unico a gioire alla notizia di mia madre incinta (né gli altri tre nonni, né i due imminenti genitori erano tutto questo carnevale di Rio. Anzi). Nel filmino della mia nascita si vede lui che redarguisce mio padre per come mi tiene in braccio, perché “così le vengono le orecchie a sventola”. Quindi è tutto merito suo se oggi non ho le orecchie a sventola. E un ego ipertrofico.