A circa nove mesi avevo un mini Pinocchio appeso alla parete, con un cordino ad altezza prostata che se lo tiravi in giù lui alzava le braccia. A me questa cosa divertiva moltissimo. Ma non ero in grado di tirare il cordino da sola. Lui avrebbe potuto tirare il cordino per me, e invece per farmi sentire potente mi prendeva in braccio di fronte al mini Pinocchio, mi faceva afferrare il cordino e andava lui su e giù con dei piegamenti che solo dei quadricipiti allenati come i suoi potevano sostenere. Per farmi sentire bene gli è capitato anche l’ingrato compito di dover prestare la voce a un bambolotto perché a me dava fastidio che non parlasse. Il problema è che gli faceva dire cose molto provocatorie e ogni dialogo finiva puntualmente con me che picchiavo a sangue il bambolotto sbattendogli la testa sul pavimento. È stato molto formativo per lenire la mia permalosità. Sono passata da chiedergli a tre anni di prendermi per mano per andare in riva al mare perché la spiaggia aveva una pendenza di 0.5 gradi in discesa al grido di “dammi la mano e vai piano se no cado” al fare, tre anni dopo, le gare di corsa sul bagnasciuga, con lui che era notevolmente più veloce di me ma arrivati al traguardo doveva fingere un malore perché qualora io avessi perso sarebbe stata la fine della pace nel mondo. Mi ha canticchiato inquietanti nenie clericali quando non riuscivo a dormire e massaggiato la pancia per ore quando non riuscivo a fare la cacca. Mi ha fatto appassionare al Milan e al Corriere della Sera. Da buon ex assessore mi ha trasmesso il senso civico del lanciare madonne alle macchine in divieto di sosta o alle scritte sui muri tipo il FIGA gigante di cui gli chiesi il significato a circa sei anni ottenendo in risposta “è una brutta parola” e infatti da allora guai a chi me lo dice.
Poi io sono cresciuta e tu -che non ho mai chiamato “nonno” perché non sei mai stato solo questo- anche, al mare non siamo più potuti andare ma abbiamo continuato a confrontarci sul calcio, sulla politica, sull’economia, sulla religione. Quando la nonna non stava bene hai assaporato la mia cucina, hai finto benissimo che ti piacesse e ogni volta che mi vedevi ero più brava e anche più bella di quella precedente. Una settimana fa mi hai visto indossare toga e tocco, ti sei commosso tenendo in mano la mia tesi e sciolto nel leggere a chi l’ho dedicata. E ti sei magnato mezzo chilo di sacher. E il privilegio di averti emozionato, una settimana fa, è qualcosa di impagabile. Perché oggi, a distanza di una settimana, te ne stai andando, in un letto di quel padiglione Forlanini sotto il quale sessant’anni fa sfoggiavi tutte le tue armi di seduzione, lottando con la grinta di un leone contro ciò che ti ha gradualmente corroso l’ippocampo e improvvisamente indebolito i polmoni. Incredibilmente bello, come sempre. E sai cosa c’è? C’è che anche oggi mi stai insegnando qualcosa. E cioè che amare a volte significa lasciar andare. E che se anche una persona se ne va, l’amore, che ha saputo dare, resta.
