Cile e Neoliberismo, Fu Vero Miracolo?

Il ciclo espansivo dell’economia cilena iniziato nel ’74 si volse al termine nella prima metà degli anni’80, periodo che segnò inizio della cosiddetta decada perdida per le economie latinoamericane, dando il via ad una crisi che raggiunse il suo acme nel 1983 con un PIL negativo dell’11%. La situazione socio-economica del Cile nel biennio ’82-’83 era tale da far prospettare agli osservatori internazionali l’imminente crollo del regime di Pinochet. Di fronte a tale crisi, venne nominato ministro delle finanze Luis Escobar, che abbandonò il neoliberismo facendo fronte alla grave situazione con misure di tipo keynesiano, nazionalizzando le banche che stavano fallendo e facendo sì che lo Stato si facesse carico del debito dei privati, ormai divenuto insostenibile. Si uscì così dalla fase più acuta della crisi grazie a politiche keynesiane e a una generale ripresa della congiuntura internazionale, e nel 1985 Escobar venne sostituito da Hernan Büchi, sostituzione che segnò il ritorno al neoliberismo. La ripresa del mercato internazionale unita alle misure di contrazione dei costi interni di produzione portarono il PIL cileno a crescere di un 5/6% annuo nella seconda metà degli anni ’80, in netta controtendenza rispetto alla crisi generale dell’America Latina. Una volta conclusasi la dittatura di Pinochet nel ’88 in seguito alla sconfitta del generale nel referendum da lui stesso indetto, i governi democristiani di Patricio Aylwin, Eduardo Frei e Ricardo Lagos non modificarono radicalmente l’impostazione economica ereditata dalla giunta militare, aumentando però la spesa pubblica e le politiche sociali in favore dei ceti meno abbienti, riducendo così la forte disuguaglianza che caratterizzava, e caratterizza tutt’ora, la società cilena, nel contesto di un PIL che continuava a crescere, pur subendo delle temporanee battute di arresto in concomitanza con il peggioramento della congiuntura globale.

 

Fu dunque dalle riforme neoliberiste dei Chicago boys che il Cile ottenne crescita e prosperità? O un generale miglioramento dell’economia del paese è da addebitare ad altri fattori? Attualmente sono in pochi a sostenere una sostanziale positività dell’esito dell’esperimento neoliberista del ’74-’82. A fronte di una obiettiva riduzione dell’inflazione e del debito pubblico, non si può non considerare come le terapie shock portate avanti negli anni ’70 provocarono, come già detto, effetti drammatici sugli indicatori sociali e sulla crescita del debito privato, debito che arrivò nel ’81 a essere il quadruplo rispetto a quello del ’70 (ancora oggi il Cile ha un debito privato molto elevato). Inoltre, la crescita del PIL successiva al ’73 risulta essere molto instabile e dipendente dal flusso finanziario internazionale, e la crescita stabile della seconda metà degli anni ’80 è stata causata dall’intervento di misure keynesiane che nel ’83 impedirono all’economia cilena di soccombere di fronte alla crisi che la attanagliava, crisi in parte causata anche da quell’enorme debito privato che le riforme dei Chicago boys avevano contribuito a creare.