Gli Aiuti Internazionali sono Davvero Efficaci? La Prospettiva di Sebastian Edwards

Durante gli anni ’50 e ’60, quelli che hanno visto la nascita dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici), prassi diffusa era quella di sostenere i paesi in difficoltà attraverso il finanziamento di progetti molto costosi, ad alta intensità di capitale. Capitale finanziario, evidentemente. E al capitale umano chi pensava? Ben pochi o nessuno, se si pensa che i programmi incentrati sulle politiche del lavoro e sull’aumento dell’occupazione erano grandemente trascurati. Una prospettiva distorta fatta poi oggetto di correzioni, fino ad arrivare agli anni’90. Anni in cui diventa chiara la necessità di coinvolgere i governi locali nella predisposizione di iniziative finalizzate alla riduzione del livello di povertà (si comincia a parlare di “titolarità della programmazione”). Dopotutto, chi meglio delle autorità politiche nazionali poteva capire i bisogni di milioni di persone ridotte ai più miserrimi stati d’indigenza?

Gli economisti hanno provato allora a verificare se gli aiuti si siano realmente dimostrati efficaci (e qui efficacia sta per capacità di innescare processi di crescita e conseguire migliori risultati economici). Per farlo sono ricorsi a strumenti econometrici e a considerazioni sul rapporto di causalità inversa: una bassa crescita  rischia infatti di attrarre aiuti su aiuti, innescando un meccanismo addizionale-accumulativo privo di risultati.

Alcuni autori hanno anche fatto ricorso al concetto di “male olandese”, e ai modelli ad esso riconducibili, per spiegare se e come un aumento degli aiuti internazionali possa tradursi in fenomeni di  sopravvalutazione monetaria, basse esportazioni e crisi annesse.