Il Rating del Clima che Minaccia la Stabilità Economica

Lo spread climatico

Il modo di dire: “piove sul bagnato” non potrebbe essere più azzeccato. Infatti, nel suo report, S&P evidenzia l’alta coincidenza tra i Paesi con un rating più basso e l’esposizione ai cambiamenti climatici e alle conseguenze economiche descritte in precedenza.

A dispetto dell’incertezza che riveste il calcolo degli effetti dei cambiamenti climatici sulle economie, S&P ha provato a stilare una classifica tra 116 Stati di “potenziale vulnerabilità”. Le variabili alla base del calcolo di questa classifica sono state:

  1. La percentuale di popolazione abitante l’area costiera sotto i 5 metri d’altitudine;
  2. La percentuale del Pil dedicata all’agricoltura;
  3. L'indice di vulnerabilità compilato dalla Notre Dame University Global Adaptation Index (ND-GAIN), che misura il grado in cui un sistema è suscettibile, e incapace di far fronte, agli effetti negativi dei cambiamenti climatici. L'indice comprende tre componenti: l'esposizione, sensibilità e capacità di adattamento.

Poco sorprendentemente tutti i Paesi nella top 20 delle nazioni più vulnerabili sono i mercati emergenti, e quasi tutti sono in Africa o in Asia. Al contrario, nei 20 meno vulnerabili dominano le economie avanzate, con il Lussemburgo, la Svizzera, Austria come meno vulnerabili di tutto il campione. L'Italia in questa classifica si colloca al 23esimo posto, piazzamento dovuto in particolare all'estensione delle nostre coste, quindi alla prima variabile.

Rating più basso aumenta la vulnerabilità ai cambiamenti climatici Fonte: Standard & Poor'sRating più basso aumenta la vulnerabilità ai cambiamenti climatici

Fonte: Standard&Poor's

Dato che gli Stati più vulnerabili tendono anche ad essere i più poveri, risulterà particolarmente impegnativo per loro investire in misure di contenimento che li aiutino ad adattarsi al cambiamento dei modelli climatici. Questa condizione inoltre tenderà nel lungo periodo ad aumentare l’abnorme divario già esistente tra il cosiddetto primo mondo e il secondo mondo, per non parlare del terzo. Potenzialmente un serio freno alla crescita che Paesi emergenti come la Cina, l’India e il Brasile hanno registrato nell’ultimo decennio.

Il 23 settembre di quest’anno si è tenuto a New York un summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che ha visto impegnati tutti i leader mondiali della politica, della finanza, dell’economia e della società civile. Non sappiamo se questi appuntamenti riusciranno, a differenza del passato, a produrre un consenso chiaro e condiviso sul problema dei cambiamenti climatici. Temiamo però che nemmeno gli effetti sulle economie nazionali descritti da S&P possano dare una decisa scossa al sistema: il lungo periodo è troppo lungo per chi deve prendere decisioni giocandosi il capitale politico o economico del presente. Ma se una decisione concreta continuerà a venir rimandata nulla ci impedirà di fare la fine della rana descritta da Al Gore.