Giudici e Valutazioni Aziendali

Una delle più frequenti semplificazioni fuorvianti in tecnica valutativa, soprattutto in sede penale, è quella di trasferire acriticamente dati di bilancio per calcolare o mediare i redditi che vengono poi capitalizzati per calcolare il valore d’azienda. Così facendo si sostituiscono uno o poco più dati di bilancio, una media e una moltiplicazione alle infinite variabili che influenzano la dinamica di bilancio e al complesso di formule finanziarie che riesce a simulare accettabilmente il valore attuale dei flussi di cassa attesi.

Il risultato di questa ipersemplificazione è che il valutatore tende a proiettare all’infinito un unico dato isolato e parziale, legato a un solo anno della vita dell’azienda e ai principi contabili, per rappresentare il futuro di breve, medio e lungo periodo allo stesso tempo. Mentre l’applicazione di una tecnica corretta dovrebbe prevedere il ricorso a stime di redditi e/o flussi di cassa “normalizzati” da picchi anomali di performance e da utilizzare come base di calcolo per la determinazione del valore aziendale.

In caso di performance reddituale o di flusso di cassa anomala, il valutatore dovrebbe pertanto chiedersi e chiarirne i motivi (esterni o interni, ciclo economico, operazioni straordinarie, segmenti appena acquisiti, attività a bassa performance, etc.) per poi apprezzarne la presumibile durata e trasferire il tutto in una rettifica delle sue proiezioni.

Se pensiamo che molte sentenze in campo civile e penale riguardanti società quotate sono fondate su Consulenze Tecniche che rielaborano dati di bilanci passati applicando logiche di “controfattualità”, lo scenario è tutt’altro che esaltante.