Quando gli Estremisti Islamici Convincevano i Giornalisti e non li Uccidevano

Una situazione simile si verificò non molto tempo dopo, quando visitai una moschea fuori Muzaffarabad, in Kashmir. La moschea era affiliata a Lashkar-e-Taiba, il gruppo che avrebbe poi commesso il famoso massacro di Mumbai nel 2008. Durante la conversazione venne fuori il tema della mia religione. L'imam era affascinato. Era antisemita, ma così distaccato. Superò la sua avversione nei confronti con una curiosità pratica. Telefonò a un amico che, come lui, non aveva mai incontrato qualcuno della mia stirpe. Questo amico portò un altro amico. Presto, avviammo una conversazione su diversi argomenti, ma il focus si ridusse poi a questioni di fede. Sollevai il tema del complicato rapporto, spesso violento, tra Maometto e gli ebrei d'Arabia. Questi uomini, come molti musulmani, credevano che gli ebrei avessero avuto comportamenti irrispettosi nei confronti del loro profeta, e approvavano la decisione di Maometto di decapitare circa 600 dei loro nemici ebrei. In quel momento non mi sembrò avventato impegnarmi in una discussione sulla decapitazione con dei terroristi islamici”.

Nel 1998, nonostante la fatwa lanciata da Osama Bin Laden, i reporter occidentali in Afghanistan si sentivano al sicuro: “Dire che lavoravi per un giornale americano era come indossare un’armatura”, racconta Dexter Filkins del New Yorker. Non fu neanche l’attacco dell’11 settembre all’Occidente a segnare la svolta nei rapporti tra jihadisti e stampa. Il punto di rottura fu la decisione presa da un gruppo di estremisti pakistani: nel gennaio del 2002 rapirono il reporter del Wall Street Journal Daniel Pearl. Fu un momento che rappresentò una svolta nel pensiero jihadista. Per i suoi rapitori, Pearl non era un messaggero del mondo esterno, ma un capro espiatorio da sacrificare per i peccati dei suoi compagni infedeli. In quel momento l’omicidio stava diventando il loro messaggio.

Oggi, i giornalisti occidentali che si occupano dei jihadisti corteggiano la morte. Le decapitazioni di James Foley e Steven Sotloff per mano dell’ ISIS, il gruppo terroristico dello Stato Islamico, ne sono la prova e un monito alla prudenza. Perché gli Jihadisti respingono la nozione di neutralità giornalistica? Per prima cosa, perché sono diventati più estremisti. In secondo luogo perché non hanno più bisogno della pubblicità fornita dalla stampa. Il mestiere del giornalista è stato sostituito da YouTube e Twitter. “Ricordo, quattordici anni fa, che mentre mi trovavo nella madrasa talebana, i suoi amministratori stavano lanciando un sito Web. Ricordo che mi divertì come cosa. Oggi non c’è più bisogno di un intermediario. Così, se non c’è più bisogno di noi, allora noi diventiamo i primi obiettivi” dice Goldberg.