A Jungle i cinque sensi sono intercambiabili. Se la luce del giorno non aiuta la vista, ci si può sempre orientare con l’olfatto. L’odore del cibo speziato del quartiere afghano è fortissimo. L’orgoglio e la tradizione di un popolo fiero ha fatto sì che la routine mediorientale entrasse anche nel campo. Ristoranti, negozi e persino un hammam un po’ raffazzonato con la scritta “Showers” delimitano la strada principale. Alle loro spalle giacciono le case di fortuna e le tende dei migranti. Questa disposizione ha fatto in modo che in questa parte del campo si creasse una vera e propria economia. 2 euro per un piatto di Sherwa-e-Tarkari, 4 per un Chapli Kebab. Baracchini in legno, in mezzo alla strada, vendono mandarini e bibite gassate. Per un attimo, camminando per quelle strade, si ha la sensazione di essere a Kabul.


Il tratto finale è una parte ancora in costruzione, lo stipite di una porta aperta sul resto della vegetazione che circonda Jungle. Il campo, infatti, è in continua espansione. Qui da un lato operano le associazioni umanitarie, impegnate nella realizzazione di strutture confortevoli, dall’altro la polizia blocca gli accessi alla strada principale, dove transitano i camion pronti a imbarcarsi per il Regno Unito. E’ questa la zona del campo ad alto rischio. Quotidianamente, infatti, decine e decine di migranti provano la fuga verso il porto, obbligando le forze dell’ordine a reagire con gas lacrimogeni e manganelli. Una situazione che ha scatenato più di una volta rivolte da parte dei profughi, giunti ormai alla condizione di giocarsi le proprie possibilità in ogni modo, non avendo più nulla da perdere.

Oggi la situazione è apparentemente tranquilla. La prefettura è venuta a proporre ad alcuni rifugiati la possibilità di spostarsi verso altre città francesi. Troupe televisive intervistano migranti dal volto coperto. La sensazione è quella di una pentola a pressione ormai pronta a esplodere.


