Le lasciamo al loro culto per spostarci verso l’aggregazione siriana. Il senso (se un senso esiste) circolare del campo permette di riconoscere facilmente il momento in cui si accede a un nuovo quartiere. A facilitare la cosa, nel caso del ghetto siriano, è l’altissima percentuale di donne e bambini presenti. Qui, il fermento della mattina si tocca con mano. Le strade sono più larghe e i bambini ne approfittano per improvvisare delle vere e proprie corse con le loro bici. Quando ti vedono, però, inchiodano bruscamente e, sfoderando un sorriso inimmaginabile, ti urlano in faccia un “Hello” che ti squarcia l’anima.

Nel mezzo della strada principale un isolotto in legno ospita tre rubinetti, dove giovani e adulti vanno a lavarsi. Per evitare il lago d’acqua e fango che si è creato ai suoi lati bisogna risalire una collinetta, stando attenti a non inciampare tra i picchetti fissati per non far volare via le tende nei giorni di vento.


A sinistra, a pochi metri di distanza, sventola fiera la bandiera del Kurdistan. E’ qui che lo street artist inglese Banksy, qualche mese fa, ha portato i prefabbricati in legno utilizzati durante la sua esposizione “Dismaland” a Weston Super Mare, in Inghilterra. Ci raccontano che un giorno, senza che nessuno se lo aspettasse, sono arrivate una ventina di persone e in poche ore hanno montato tutto, lasciando il campo in fretta e regalando qualche felpa ai ragazzi presenti.

