Chi preme per restare all’interno di questa presunta prigione, invece, sottolinea il fatto che l’economia britannica è ormai, volente o nolente a questo punto non importa, strettamente connessa a quella dell’Unione: esportazioni ed importazioni influenzano gran parte del business inglese, e l’imposizione di dazi e le eventuali barriere doganali sarebbero un primo (grande) problema da affrontare. Ancora, non va dimenticato che Londra è considerata la capitale finanziaria d’Europea. Il che significa che il futuro del settore creditizio, e finanziario in genere, risulterebbe altamente incerto. E poi, come dice David Cameron, c’è l’accordo che ha firmato con i vertici di Bruxelles…
…di cosa si tratta?
Qualora i “no” vincessero sui “sì” (e quindi il pericolo Brexit fosse scongiurato), il Regno Unito si troverebbe all’interno di un’Unione riformata. Ecco i punti salienti dell’accordo sottoscritto da Cameron:
- I membri dell’Unione, si ribadisce, non sono obbligati ad aderire alla moneta unica (e, quindi, la sterlina non si tocca!); questo non implica una discriminazione nell’ambito di trattative su questioni di politica economica
- I parlamenti nazionali avranno maggiori poteri sulle leggi comunitarie, potendo bloccare l’adozione di una normativa se non condivisa da un determinato numero di Paesi
- La possibile attivazione di un “freno di emergenza” in grado di limitare i benefici previsti a favore di lavoratori (non inglesi) che giungono nel Regno Unito.
E’ possibile consultare il testo dell’accordo, nella sua versione ufficiale, al seguente link
