I problemi del rallentamento dell’economia cinese sembrano però aver radici più profonde. L’età media prima di tutto. Se negli anni ottanta era di 22 anni, per il 2050 ci si aspetta raggiungerà i 46. Questo comporterà un aumento delle richieste di pensioni in un Paese ancora povero e dalla forza lavoro bloccata dal crollo demografico in atto dopo la politica del figlio unico. Il tutto nella più totale assenza di welfare: mancano i diritti sul lavoro e le regolamentazioni ambientali presenti in quasi tutti i Paesi che del Dragone sono partners. I lavoratori cinesi chiedono stipendi più alti, dando luogo a quella che gli esperti definiscono la maledizione del nuovo benessere: i salari raddoppiano ma non la produttività. Che anzi decresce e punta elle esternalizzazioni.
Subito dopo il black Monday la banca centrale cinese, che due giorni prima aveva autorizzato i fondi pensione a investire in azioni fino al 30% del loro patrimonio è di nuovo intervenuta tagliando i tassi di interesse. I mercati stranieri si sono risollevati, ma per Shanghai non è sufficiente. Una nuova iniezione di liquidità, 210 miliardi di Yuan nelle ultime due settimane, proverà a ridare ossigeno alle banche cinesi. Il programma di governo poi, rimettendo in pista dei derivati, i local bond, intende sostenere la ripresa degli enti locali oppressi dal debito cresciuto sullo shadow banking. Nuovo strumento introdotto è poi lo swap in valuta estera: per diminuire il divario tra dollaro e yuan, si vincolano dei contratti stabilendo in un certo periodo tassi e prezzi. Quali saranno le altre disposizioni politiche ed economiche che il governo cinese deciderà di attuare nei prossimi mesi ancora non si sa, una cosa però è certa: la politica monetaria non basta per curare il debito eccessivo. Le riforme strutturali sì.

