Etiopia, il Made in Africa … cinese
Il caso etiope è emblematico. Come sottolineato nel report della Banca Mondiale il Paese con la sua crescita annua del 5,2% è la testa di ponte delle aziende cinesi. I rapporti commerciali tra la Cina e l’ex colonia italiana hanno avuto un boom negli ultimi anni, con un massiccio deficit commerciale del Paese africano che registrava l'importazione di oltre 1 miliardo di dollari in merci provenienti dal Paese del Dragone, mentre esportava solo 100 milioni di dollari verso la Cina nel 2010. Accanto agli investimenti commerciali, i cinesi hanno finanziato progetti di alto profilo come il nuovo aeroporto di Addis Abeba e la nuova sede dell'Unione africana. E' altamente simbolico che sia stato il governo cinese a finanziare la costruzione del nuovo centro della diplomazia africana.
Ci sono anche gli investimenti nel settore manifatturiero, in particolare in quello delle calzature. Ad esempio il Huajian shoes group, produttrice di scarpe per grandi firme come Calvin Klein e Guess, ha aperto una sua prima filiale a Est di Addis Abeba. Il gruppo, che dà lavoro a oltre 25 mila lavoratori in Cina, conta già 600 impiegati che producono calzature “Made in Etiopia” per il mercato statunitense.
La Banca Mondiale sta suggerendo da diversi anni che i processi produttivi asiatici potrebbero migrare verso l'Africa. Obiageli Ezekwesili, un vice-presidente della banca, sostiene che più di 80 milioni di posti di lavoro possono lasciare la Cina a causa di pressioni sui salari e non tutti verso i Paesi confinanti con bassi costi di produzione. Se la produttività del lavoro africano continuerà a salire, molti potrebbero andare in Africa, soprattutto se la corruzione e la burocrazia, ancora grandi flagelli del continente, saranno frenati.
La corsa alla delocalizzazione che ha visto come prime vittime i Paesi occidentali ora potrebbe iniziare ad investire la Cina. Quali saranno le conseguenze per l’economia cinese, e di riflesso per quella mondiale non possiamo saperlo. Solo una cosa sembra chiara, questa continua rincorsa al margine di profitto sulla manodopera a basso costo è un circuito chiuso. Le aziende potranno scappare dalle rivendicazioni salariali finché troveranno qualcuno disposto a lavorare per meno. Se non porterà ad una guerra tra poveri per lavori sottopagati, potrà paradossalmente essere proprio la globalizzazione liberista ad unire i lavoratori di tutto il mondo come recitava un famoso slogan del secolo scorso?
