La delocalizzazione cinese e le rotte commerciali
Il fenomeno della delocalizzazione cinese segue gli investimenti. Stando ad un report della Banca Mondiale, “Light manufacturing in Africa”, mentre nel 2010 l’istituzione internazionale, che ha tra i suoi obbiettivi dichiarati l’aiuto economico ai Paesi del Terzo mondo, ha versato a tutti i Paesi africani prestiti complessivi per 11,4 miliardi di dollari, la Cina aveva prestato al solo Ghana 13 miliardi. E in Angola gli investimenti dal 2003 a oggi superano di gran lunga i 15 miliardi di dollari.
Ora però in coda ai soldi stanno arrivando le aziende. Il report prende in esame i rapporti tra Cina, Etiopia, Tanzania e Zambia: Paesi che hanno la crescita economica sempre più spinta dai capitali asiatici. Se i vantaggi per Pechino sono chiari, manodopera a basso costo e abbondanti materie prime, gli svantaggi, invece, non sembrano insormontabili: scarsa presenza di zone industriali e mezzi logistici per sfruttare al meglio le risorse, ma anche bassa formazione di dirigenti e della stessa manodopera.
La delocalizzazione in Africa è privilegiata dalle aziende cinesi anche per un’altra serie di motivi. In primis, i copiosi investimenti citati in precedenza, che hanno portato il Paese del dragone a sorpassare la Banca Mondiale come più grande fonte esterna di investimenti per il continente, hanno reso la Cina il più grande singolo partner commerciale del continente, con il commercio africano-cinese che nel 2010 ha superato i 106 miliardi dollari.
Il governo cinese e le aziende sono stanno perseguendo attivamente le opportunità in Africa in modo da rendere sempre più emarginate le imprese occidentali su un continente che sta attualmente godendo di alti tassi di crescita economica e vede nascere una giovane classe media urbana, che contribuirà a creare una società consumistica, che a sua volta alimenterà la crescita a lungo termine.
Inoltre la delocalizzazione in Africa consente a molte aziende cinesi di aggirare le limitazioni alle importazioni di prodotti targati “Made in China” negli Usa e Ue, dove sono in vigore stringenti quote commerciali.
