Globalmente, prosegue lo studio, oltre due terzi dei profitti derivanti dal lavoro forzato fanno riferimento allo sfruttamento commerciale della prostituzione, per un totale di $99 miliardi annui, mentre i restanti $51 miliardi sono generati dalla servitù involontaria impiegata nel lavoro domestico, in agricoltura ed altri settori economici, quali le costruzioni, la manifattura, l'estrazione mineraria e le utility (vedi Figura 2).
Figura 2. Profitti annuali per vittima e per settore di sfruttamento
Immagina tratta dal report "Profits and Poverty: The Economics of Forced Labour", Maggio 2014
Se dal lato della domanda la moderna economia della schiavitù è guidata dalla redditività dell'impresa, quali sono i fattori socio-economici che rendono gli individui vulnerabili al lavoro forzato? Com'è che si crea, quindi, un'offerta di tali "impieghi"? La ricerca dell'ILO, conferma che il lavoro forzato è comune nei settori e nelle industrie che attraggono principalmente lavoratori non qualificati, o con bassi livelli di specializzazione, in cui la domanda di lavoro tende a oscillare spesso nel tempo, e le condizioni lavorative sono spesso povere. In questo senso, l'organizzazione ha individuato una chiara correlazione tra la vulnerabilità delle famiglie a variazioni improvvise del reddito e la probabilità di finire a lavorare forzatamente.
"Le famiglie povere - conclude lo studio - trovano particolarmente difficile affrontare gli shock di reddito, in particolare quelli che spingono le famiglie sotto la soglia di povertà alimentare. In presenza di tali shock, uomini e donne senza protezione sociale tendono a prendere a prestito per omogeneizzare i consumi, ed accettare qualsiasi lavoro per sé o per i propri figli, anche in condizioni di sfruttamento". Come sempre accade, anche qui le rigide leggi del mercato hanno sentenziato l'equilibrio ottimale dell'economia. Domanda e offerta s'intersecano dove povertà e profitto s'incontrano.
Immagine di copertina: Pawel Kuczynski
