L’Economia della Schiavitù nel XXI Secolo: Quando Povertà e Profitto S’Incontrano

Da una parte troviamo esperti come Robert Fogel e Stanley Engerman, autori di Time on the Cross, uno dei libri che maggiormente ha contribuito alla discussione, i quali suggeriscono che la schiavitù negli Stati Uniti del Sud sia stata, per i proprietari delle piantagioni, un'impresa sostanzialmente lucrativa - nelle loro parole "un investimento altamente redditizio che ha prodotto tassi di rendimento paragonabili alle più notevoli opportunità d'investimento nel settore manifatturiero". Dall'altra v'è chi, come l'economista John Elliot Cairnes, riteneva che la schiavitù avesse soffocato la crescita economica nel Sud, poiché non forniva gli adeguati incentivi per l'adozione delle moderne tecniche di produzione agricola.

Una risposta definitiva sembra fornirla, ancora una volta, l'International Labour Organisation (ILO) in un nuovo report, pubblicato lo scorso maggio, dal titolo "Profits and Poverty: The Economics of Forced Labour". Secondo i dati raccolti dall'organizzazione, "i profitti totali ottenuti dal ricorso al lavoro forzato nell'economia privata mondiale ammontano a $150 miliardi all'anno" - la maggioranza dei quali sono generati in Asia, e, sorprendentemente, nelle economie sviluppate (vedi Figura 1).

Figura 1. Profitti annuali dall'impiego di lavoro forzato per regione (US $ miliardi)

 profitti-lavori-forzatiImmagine tratta dal report ILO, "Profits and Poverty: The Economics of Forced Labour", Maggio 2014