Perché la Cina non Teme la TPP

Una grande vittoria per il Giappone, dove la partnership sarà quasi certamente un trampolino di lancio per le riforme economiche di Shinzo Abe, necessarie per far ripartire la crescita. Nel secondo trimestre la terza economia mondiale si è contratta dell’1,2% e le previsioni per il terzo trimestre non sono ottimistiche. Una crescente integrazione economica fra Giappone e Stati Uniti, che di fatto hanno portato avanti un tavolo parallelo giungere ad un accordo bilaterale di libero scambio de-facto, beneficerebbe molto lo sviluppo futuro. A livello geopolitico, limitare l’influenza della Cina nell’Asia Pacifico è invitante per Tokyo, impegnata a gestire le ingombranti pretese territoriali del vicino asiatico su isole (o meglio scogli) del Mar Cinese Meridionale.

Gli analisti sono divisi sull’impatto che l’accordo avrà sulla Cina. Nelle prime fasi delle negoziazioni, Pechino osteggiava la TPP come uno scoperto tentativo di contenimento nei suoi confronti. Più di recente, l’approccio si è ammorbidito e assestato su una posizione di attesa. Alcuni funzionari di alto livello hanno addirittura dichiarato che la Cina potrebbe in futuro aderire se le condizioni si riveleranno vantaggiose. Certo, il fatto che gli Stati Uniti scriveranno sempre di più le regole del commercio internazionale e un potenziale revival economico giapponese rappresentano sfide per Pechino, mentre Paesi come Vietnam e Corea del Sud saranno sempre più attratti nell’orbita americana.

Un effetto positivo sarebbe quello di incoraggiare una maggiore liberalizzazione economica in Cina attraverso la pressione indiretta esercitata dalla TPP; nel 2013 è stata lanciata la Shanghai Free Trade Zone (FTZ), un progetto pilota di liberalizzazione esterna realizzato proprio in vista di una possibile adesione alla TPP, allora presa in considerazione. La performance della FTZ è stata scarsa, ma ora potrebbe essere rilanciata. Così il patto transpacifico si rivelerebbe il catalizzatore di nuove riforme strutturali in Cina volte ad un più incisivo impegno internazionale, come una maggior apertura economica e più attenzione alle regolamentazioni.

Gli equilibri economici in cui la Cina è inserita danno credito alla tesi secondo cui la TPP non potrà in alcun modo ridimensionare il suo ruolo. Un argomento particolarmente interessante è sollevato da un articolo di Fortune: escludere la Cina dalla partnership sarebbe un grave errore strategico, in quanto di fatto tagliarla fuori è impossibile: la Cina ha recentemente superato gli USA diventando la maggiore potenza commerciale al mondo; nel 2014 aveva investito 870 miliardi di dollari all’estero e attraverso ingenti finanziamenti nei PVS a sostegno di riforme strutturali è divenuta un potente concorrente finanziario del Fondo Monetario Internazionale (l’ultima mossa è la Asian Infrastructure Investment Bank, di cui parleremo tra poco).