Perché la Cina non Teme la TPP

Inoltre, Pechino intrattiene accordi di libero scambio con molti paesi coinvolti nella stessa TPP, che continuano ad avere un logico interesse per la cooperazione commerciale con questo attore. La TPP causerebbe dunque l’aumento della sfiducia fra due blocchi contrapposti ma profondamente integrati sul piano commerciale, una situazione priva di senso e portatrice di tensioni.

Infine, secondo Fortunel’interazione chiave della Cina nella supply chain globale, con i PVS e con gli Stati Uniti (è il primo partner commerciale di Washington) e il suo ruolo di “hub manifatturiero asiatico” (forte di accordi commerciali con Paesi non parte della Trans-Pacific Partnership) le rende possibile aggirare l’ostacolo TPP e ridurre le tariffe altrimenti necessarie per far giungere i suoi prodotti ai mercati americani, giapponesi e australiani.

Gli accordi di libero scambio con  Paesi parte della TPP riguardano già Brunei, Chile, Nuova Zelanda, Malaysia, Singapore, Peru e Vietnam. Quest’anno, dopo l’accordo con la Corea del Sud, Pechino ha incassato un altro successo nella grande ciotola dell’Asia Pacifico, concludendo dopo 10 anni di trattative un patto di libero scambio con l’Australia, la sua sesta maggiore fonte di import e prima per risorse minerarie come minerale di ferro, carbone e oro. Con il China-Australia Free Trade Agreement (ChAFTA) più dell’85% delle esportazioni dall’Australia non sarà tassato (95% quando l’implementazione sarà completa), mentre l’Australia eliminerà le tasse sulle importazioni cinesi.

Pechino vede l’accordo, il primo con un Paese “sviluppato”, come significativo per le sue ambizioni regionali. Esso prepara la strada per la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), ambizione cinese che vorrebbe legare fra loro i 10 Paesi ASEAN con Australia, Cina, Giappone, Corea del Sud, India e Nuova Zelanda (un terzo del PIL globale). Le negoziazioni sono complesse a causa della grande diversità di interessi fra Paesi, alcuni dei quali hanno barriere tariffarie elevate.

Intanto, la Cina ha annunciato che completerà quest’anno le negoziazioni per l’aggiornamento della China-ASEAN Free Trade Area (CAFTA), che rafforzerebbe i legami commerciali tra Cina e Paesi del Sud-est asiatico uniti nel forum. La CAFTA è attiva dal 2010 e rappresenta il più grande accordo di libero scambio tra PVS. La Cina è il maggior partner commerciale del blocco: nel 2014 il commercio bilaterale è cresciuto dell’8,3% rispetto all’anno precedente, fino a 480 miliardi di dollari. Secondo il China Daily, si intende promuovere le relazioni bilaterali e multilaterali di questi Paesi con la Cina in varie materie commerciali. Le aree della cooperazione si sono estese negli anni fino a includere finanza, alte tecnologie, industrie dell’ecologico e del marittimo e Pechino vorrebbe aprirne altre. Obiettivo: 2 trilioni di dollari di commercio bilaterale entro il 2020 e 100 miliardi di dollari di investimenti aggiuntivi. La Cina sostiene lo sviluppo dei Paesi ASEAN fornendo supporto finanziario agevolato, una strategia che ha molto successo nel legare queste realtà alla sua sfera di influenza. E proprio come la TPP, le cooperazioni regionali promosse da Pechino fanno leva su questioni più pervasive che vanno al di là delle liberalizzazioni commerciali, promuovendo una sorta di modello cinese di sviluppo.

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Un nodo fondamentale è il ruolo di polo finanziario della Cina, che con il lancio dell’ambiziosa One Belt, One Road in Asia Centrale sta spostando strategicamente la sua sfera d’influenza dal Pacifico a quest’area e alle sue immense risorse. L’iniziativa, come la definisce cautamente Pechino, mira a fornire un hardware solido al commercio tra Asia e Europa attraverso una rete infrastrutturale via terra, lungo l’Asia Centrale, e via mare, con un rafforzamento delle rotte che congiungono Cina, Asia Meridionale e Africa, fino al Mediterraneo. Del resto la TPP è stata vista anche come una risposta strategica ai piani di Pechino dall’altro lato del suo immenso territorio. Agli Stati Uniti non è piaciuta per niente la AIIB, che insieme al Silk Road Fund e alla Banca dei BRICS assume sempre più rilevanza e attrattività. Washington ha scoraggiato senza successo i propri partner a prendervi parte: Regno Unito, Australia e Corea del Sud hanno aderito.