“Vincere La Sfida dell’Euro Vuol Dire Fare i Compiti a Casa”: Intervista al Prof. Altomonte

Questo riconferma che “l’Europa stessa– come lei stesso fa riferimento nel suo libro- non è scevra da colpe” quando si parla di Euroscetticismo. Tuttavia l’Italia è un caso a parte, essendo l’unico paese che si è impoverito da quando è entrato nell’area Euro. Secondo le sue analisi dal 1999 ad oggi il Pil pro-capite è sceso di 3 punti percentuali, mentre, nello stesso periodo, il Pil pro-capite medio dell’area Euro è cresciuto di oltre 10 punti, quello della Spagna di 9, e quello della Grecia, nonostante la crisi, di 3.

E ad oggi è anche l’unico paese in cui la disoccupazione non scende.

In che parte le ragioni di questa “anomalia” si possono attribuire a delle condizioni strutturali pregresse all’entrata nell’Euro, e in che parte invece sono il prodotto dell’incapacità del governo Italiano di produrre, nel periodo immediatamente successivo all’entrata nella moneta unica, le riforme necessarie che avrebbero potuto agevolare il sentiero d’inserimento nel contesto europeo?

l’Italia costituisce sicuramente un caso a parte dentro l’area Euro, e probabilmente vive oggi il risultato di colpe autoimposte. Quando si decise di firmare il trattato di Maastricht, nel febbraio del 1992, la situazione della produttività italiana non era diversa da quella degli altri paesi europei, mentre la situazione della finanza pubblica era sicuramente peggiore. Quindi ci si aspettava che l’Italia sarebbe dovuta entrare all’interno della moneta unica con un importante aggiustamento strutturale dei conti pubblici. Se, da un lato la spesa pubblica è stata in parte riformata, dall'altro questo aggiustamento si è sostanzialmente interrotto con la riforma del titolo V, e, da questo punto di vista, l’alleanza Berlusconi-lega non è scevra da colpe. Sicuramente l’Italia non completò una parte dei compiti che le erano stati assegnati, e ben fa il governo Renzi adesso a mettere la riforma del titolo V tra le sue priorità.

L’altro grande tema però è che la struttura produttiva italiana si è progressivamente rivelata inadeguata a gestire le sfide che venivano dalla moneta unica e dalla globalizzazione. Strutture d’imprese troppo piccole, non particolarmente adatte alla crescita per un problema di “mancanza di capitali” ed un eccesso di sfruttamento del canale di finanziamento esterno bancario, e una preponderanza del capitalismo “familiare” che mal si concilia con le scelte di “efficientamento” globale.

Infine un terzo punto, questa volta di carattere istituzionale: il conservatorismo di Confindustria e dei sindacati che hanno  impedito di legare salari e produttività. Di fatto, quella parte del guadagno di produttività che non si genera dentro le imprese, ma attraverso un’efficiente allocazione del fattore lavoro tra imprese in Italia è mancata.

Quindi diciamo che l’Italia è entrata con una situazione, in cui avrebbe potuto identificare il problema noto della spesa pubblica, risolto a metà, e si è presentato un altro problema, al tempo non noto, che di fatto, ad oggi non è ancora stato risolto, quello della riforma del mercato del lavoro.